L’effetto
era già stato stimato: 360 milioni di euro in più per un giro di
affari che si attesterà intorno al miliardo e mezzo di euro. E’
l’oro di Juventus e Napoli. Un contributo non secondario lo darà
anche il Genoa. Ma è chiaro che si passerà dalla stagione
quaresimale di Calciopoli, a una quasi sfavillante resurrezione.
I conti li aveva fatti la Deloitte quando l’unica promozione certa
era quella della Juve. L’arrivo sulla scena del Napoli rende la
stima addirittura prudente: il tetto del miliardo e mezzo di
ricavi potrebbe essere superato. Perché una stagione così
l’Italia non la viveva da tempo: tutte le grandi città in A (con
l’unica eccezione del Bologna), quattro derby cioè otto partite
di grande fascino, pubblico e share televisivi, tutti i club con
bacini d’utenza nazionali ai blocchi di partenza. Ora si tratta di
vedere come i litigiosi dirigenti del calcio sapranno trasformare
i dati positivi in un benessere collettivo. Gli ultimi scontri in
Lega non lasciano ampi spazi all’ottimismo.
Eppure, i presidenti del pallone queste stime sul fatturato
possibile dovrebbero accoglierle con grande entusiasmo. Il calcio
italiano sfruttando questi quattrini e, soprattutto, questo
interesse può invertire una rotta che stava diventando
preoccupante. Il campionato che si è chiuso alla fine dello
scorso mese di maggio ci aveva trasformato nel vagone di coda del
pallone europeo. Tutti, per fatturato, erano davanti all’Italia,
con l’unica eccezione della Francia (un miliardo). Inghilterra
(2,2), Spagna e Germania (1,39) precedevano quello che un tempo
veniva considerato il torneo più bello del mondo. Un miliardo e
140 milioni di ricavi, in fondo una miseria per le nostre
tradizioni calcistiche. Un preoccupante segnale di crisi. Un
declino ulteriormente sottolineato dal crollo delle presenze
negli stadi. Nel giro di una stagione, il campionato di A ha
perduto oltre un milione di spettatori, solo in parte recuperati
dagli incrementi registrati in B; una media di appena 18.552
tifosi contro i 21.394 dell’anno precedente (già quello un dato
non particolarmente esaltante).
Tutto ciò a fronte di una vivacità crescente degli altri tornei
europei: 34 mila spettatori in media per la Germania, 31 mila per
l’Inghilterra, intorno ai 28 mila per la Spagna, ventunomila per
la Francia. La Juventus trascina gli ascolti televisivi ma
riempie gli stadi nei quattro angoli del Paese (forse più nei
quattro angoli che a Torino); Napoli e Genoa in B hanno presentato
lo stadio quasi sempre pieno. Ciò lascia presagire un incremento
delle presenze negli stadi. Le percentuali degli ultimi anni,
infatti, scontavano le assenze della squadra di Reja e del San
Paolo e dei ragazzi di Gasperini e di Marassi nella versione
rossoblù. Il Napoli è assente dalla A da sei anni; il Genoa da
dodici. E’ ipotizzabile sul fronte delle presenze negli stadi non
solo il recupero dei livelli del 2005-2006, ma anche la
possibilità di un lieve incremento sulle medie trainato da
partite di grande richiamo come gli otto derby (il traguardo dei
ventitremila spettatori non appare irrealistico). Il rilancio
dell’interesse popolare grazie al recupero di squadre dotate di
grande seguito nazionale, la presenza di partite di notevole
spessore tecnico garantiranno non solo un incremento dei ricavi
televisivi, ma anche dei proventi derivanti dagli abbonamenti, dal
botteghino, dagli sponsor, dal merchandising e da tutte le
attività commerciali che si sviluppano intorno al calcio. Quel
miliardo e mezzo di fatturato consentirà al calcio italiano di
tornare al vertice del panorama europeo, sempre ad ampia distanza
dall’Inghilterra (i ricavi della Premier dovrebbero raggiungere
i 2,6 miliardi) ma comunque davanti a Spagna, Germania e Francia.