Per
i tempi del calcio non è più un ragazzo. Quindi non può essere più
neppure una promessa. Perché il pallone stabilisce che a
venticinque anni o si è giocatori «fatti» oppure no. E invece
Fabio Gatti, giovanotto azzurro, vive una strana storia: lui che
appena maggiorenne aveva già messo il naso in serie A con la
maglia del Perugia, lui che è stato stella dell’Under di Gentile
ancora è chiamato a dimostrare, a dar conto di sé, di quello che
sa fare e che può fare. Fastidiosa condizione, questa, che
l’obbliga a non sbagliare mai. A sfruttare ogni minima occasione.
E questo ha fatto Fabio Gatti l’altra notte contro il Brescia.
Finalmente titolare è stato anche il migliore. Ha governato la
squadra dalla sua cabina di regia, ha corso, combattuto, riavviato
la manovra e ha dato anche ragione al presidente. «E pensare che
l’anno scorso lo avevamo anche ceduto. Pensa te», aveva infatti
detto De Laurentiis dopo l’andata con il Parma in coppa. E così,
dopo un bel po’ di tempo, Reja s’è accorto anche di Gatti che
domani a Modena s’aspetta di ritrovarsi in campo dall’inizio. Sarà
così? Sì, sarà così, anche se Fabio Gatti ha imparato ad
aspettare. Magari forzando quel suo carattere forte, caparbio,
volitivo nascosto dietro quella sua faccia da bambino. Carattere
della gente d’Umbria. Viene da Passignano sul Trasimeno, infatti,
Gatti. E come calciatore nasce ovviamente nella Passignanese. Ma
ci sta poco. Passa presto nelle giovanili del Grifone, dove divide
sogni da campione con tre amici che si chiamano Marco Storari,
Marco Materazzi e Gennaro Gattuso. A quel tempo era da invidiare
il settore giovanile del Perugia. Ragazzi che la politica del club
voleva poi presto in prima squadra. Così fu anche per Fabio Gatti,
che Cosmi nel Duemila fece esordire in serie A. Quando aveva solo
diciott’anni. E proprio Cosmi, in ritiro, in Germania, con sana
ironia gli infilò addosso la maglia numero 44. 44 Gatti. Lui un
po’ restò perplesso in verità, ma poi condivise la scelta e
l’ironia. E quel motivo da Zecchino d’Oro fu il suo tormento
quando il Perugia in amichevole giocò proprio a Passignano. Da
allora un po’ di tempo è già passato, ma Gatti non s’è fatto
corrompere dai brutti «vizi» del pallone. Semplice, schivo, d’una
riservatezza che a volte appare anche eccessiva, il regista in
cerca di spazio fa vita ritirata. Casa e campo, campo e casa. Per
questo se ne sta a Castelvolturno, dividendo amicizia e tempo
soprattutto con Savini. Appena può, però, torna a Passignano.
Perché la sua storia è scritta là.